Mai più esodati? Bene. Ma il problema resta politico

C’è una buona notizia: con la circolare n. 41 dell’INPS, concordata con il Ministero del Lavoro guidato da Marina Calderone, si prova finalmente a chiudere una delle vicende più paradossali degli ultimi anni. Gli “esodati” – lavoratori rimasti senza stipendio e senza pensione – non dovrebbero più esistere. Gli assegni ponte verranno garantiti fino alla decorrenza effettiva della pensione, evitando quei vuoti di uno o più mesi che avevano creato situazioni inaccettabili.

È una soluzione corretta. Ma è anche, inevitabilmente, una presa d’atto: il sistema previdenziale italiano, così come è stato costruito nella Seconda Repubblica, ha prodotto problemi che nella Prima Repubblica semplicemente non esistevano.

Durante la stagione della Democrazia Cristiana, il rapporto tra cittadino e Stato si fondava su un principio chiaro: la sicurezza sociale non è una variabile dipendente, ma un pilastro. Le pensioni arrivavano puntuali, spesso persino anticipate, e il sistema – pur con tutti i suoi limiti – era comprensibile e prevedibile. Non si assisteva a continui cambiamenti delle regole, né a meccanismi complessi che rischiavano di lasciare le persone nel vuoto.

Gli esodati, al contrario, sono il prodotto tipico della stagione successiva. Nascono da una stratificazione di riforme, dall’innalzamento progressivo dei requisiti, dall’introduzione di strumenti di uscita anticipata costruiti su previsioni che poi vengono smentite dai fatti. Basta un adeguamento alla speranza di vita – uno, due, tre mesi – per rompere l’equilibrio e lasciare migliaia di lavoratori senza copertura.

È esattamente ciò che è accaduto in questa vicenda: persone che avevano lasciato il lavoro sulla base di accordi legittimi si sono ritrovate improvvisamente senza reddito. Solo dopo la denuncia sindacale e l’emersione pubblica del problema si è arrivati a una correzione.

La nuova impostazione dell’INPS introduce un principio di buon senso: gli strumenti di accompagnamento devono durare fino al momento reale della pensione, non fino a una previsione teorica. Tuttavia, il sistema resta complesso e, soprattutto, continua a scaricare i costi sulle imprese, senza affrontare in modo strutturale la questione della stabilità normativa.

Il punto, quindi, non è solo tecnico. È politico. Nella Prima Repubblica il problema era come garantire diritti sociali solidi; nella Seconda Repubblica è diventato come correggere, di volta in volta, gli effetti collaterali delle riforme. Si è passati da un sistema fondato sull’affidabilità a uno che richiede continui interventi correttivi.

E qui il confronto pesa. Perché quando le regole cambiano continuamente, viene meno la fiducia. E senza fiducia, anche le migliori soluzioni tecniche rischiano di essere percepite come temporanee, fragili, revocabili.

Un tempo, in Italia, la parola “esodo” aveva un significato ben diverso. Rimandava al racconto biblico dell’Esodo, alla liberazione di un popolo e all’inizio di un cammino. Da quella storia nasce la Pasqua che celebreremo domenica, simbolo di rinascita e di speranza.

Oggi, invece, ci troviamo a usare la stessa parola per descrivere un errore del sistema. È un segno dei tempi, ma anche un monito.

Ben venga, dunque, la soluzione individuata dall’INPS. Era necessaria e doverosa. Ma non può bastare. Se c’è una lezione da recuperare è quella di un sistema che metteva al centro la certezza delle regole e la tutela delle persone.

Perché uno Stato serio non si limita a rimediare ai problemi: evita di crearli.

Buona Pasqua a tutti i lettori e agli amici tesserati.

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