Il paradosso di una vittoria che non cambia nulla

Nel lessico della politica italiana esistono vittorie che, più che aprire una stagione nuova, certificano una continuità profonda. Il risultato referendario di questi giorni appartiene a questa categoria: una vittoria del No che, lungi dal chiudere una fase, sembra confermare assetti di potere che da decenni attraversano la nostra democrazia.

Non si tratta semplicemente di una consultazione popolare su quesiti tecnici, ma dell’ennesimo passaggio in cui emerge con chiarezza l’esistenza di un soggetto che, pur non presentandosi alle elezioni, esercita un’influenza determinante nella vita pubblica del Paese: l’Associazione Nazionale Magistrati, quella che nel linguaggio politico corrente viene sempre più spesso definita — non senza polemica — il “partito dei giudici”.

Un’espressione forte, certo, ma che trova alimento in episodi recenti difficilmente liquidabili come marginali. I cori da stadio rivolti da alcuni togati contro il Presidente del Consiglio rappresentano un punto di rottura simbolico: non tanto per il contenuto — la critica è fisiologica in democrazia — quanto per la forma e per il ruolo istituzionale di chi li ha pronunciati. Quando chi è chiamato a garantire imparzialità appare coinvolto in dinamiche di contrapposizione politica, il problema non è contingente, ma sistemico.

È anche alla luce di questi segnali che molti cittadini avevano ritenuto giusto sostenere il Sì: non come gesto contro la magistratura, ma come tentativo di ristabilire un equilibrio tra poteri dello Stato, nel solco di una tradizione costituzionale che ha sempre cercato la misura, la reciproca legittimazione, il rispetto dei confini.

La vittoria del No, tuttavia, consegna un dato che merita una riflessione più profonda: l’impressione diffusa che nulla cambierà. Non cambieranno i rapporti di forza, non cambierà la percezione di una responsabilità che raramente si traduce in conseguenze concrete. E proprio questo è il punto più delicato: la sensazione che, anche di fronte a comportamenti discutibili, difficilmente vi sarà un’assunzione di responsabilità effettiva.

In una democrazia matura, ogni potere deve essere accompagnato da adeguati contrappesi. È una lezione che appartiene alla migliore tradizione riformista e popolare del nostro Paese, quella che ha sempre diffidato degli squilibri e delle egemonie, anche quando animate da intenzioni nobili.

Non si può ignorare, inoltre, il giudizio storico che molti cittadini esprimono — talvolta con toni aspri — sul ruolo della magistratura nella transizione tra Prima e Seconda Repubblica. Che quella stagione abbia segnato una cesura profonda è indubbio; che da allora il sistema politico non abbia trovato un nuovo equilibrio stabile è altrettanto evidente. Il declino economico e istituzionale percepito quotidianamente da imprese e famiglie alimenta inevitabilmente questo tipo di letture.

Eppure, proprio per questo, sarebbe un errore cedere alla rassegnazione. I 14 milioni di concittadini che hanno scelto il No hanno espresso una volontà che va rispettata, ma il confronto sui temi della giustizia, della responsabilità e dell’equilibrio tra poteri non può dirsi concluso.

Se c’è una lezione che la storia italiana ci consegna, è che le battaglie di civiltà non si esauriscono in un voto. Esse richiedono tempo, pazienza, capacità di costruire consenso e — soprattutto — uno spirito riformatore che non sia animato da spirito di rivalsa, ma da un’autentica tensione al bene comune.

In questa prospettiva, il tema della giustizia resterà inevitabilmente al centro del dibattito pubblico nei prossimi anni, forse nei prossimi decenni. Non per mettere in discussione l’autonomia della magistratura — pilastro imprescindibile — ma per rafforzarne la credibilità agli occhi dei cittadini, che è il vero fondamento di ogni istituzione.

Perché, in definitiva, non c’è vittoria più fragile di quella che non riesce a convincere fino in fondo.

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